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Trattatello antropobiochimico-sentimentale sull’ amore

Trattatello antropobiochimico-sentimentale sull’ amore Scrivere su un tema da sempre sconosciuto quanto popolare come l’ amore è un’arma a doppio taglio: innanzitutto  ci si incammina sempre sull’orlo dell’irto precipizio delle banalità  e, in seconda istanza,  c’è l’assiomatica certezza – puntualmente negata dallo scrivente -  di metterci del suo. L’ideale pretenzioso. L’amore ci coinvolge, ci interessa e – ammettiamolo - lo vogliamo. E’ una pretesa dell’umano … quasi un risarcimento per esser venuti  senza il nostro consenso in questo mondo.  Insomma un atto dovuto del destino nei nostri confronti, un debito che genera in noi un indefinito ma “costante” anelare (…

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Trattatello antropobiochimico-sentimentale sull’ amore

Scrivere su un tema da sempre sconosciuto quanto popolare come l’ amore è un’arma a doppio taglio: innanzitutto  ci si incammina sempre sull’orlo dell’irto precipizio delle banalità  e, in seconda istanza,  c’è l’assiomatica certezza – puntualmente negata dallo scrivente –  di metterci del suo.

L’ideale pretenzioso.

L’amore ci coinvolge, ci interessa e – ammettiamolo – lo vogliamo. E’ una pretesa dell’umano … quasi un risarcimento per esser venuti  senza il nostro consenso in questo mondo.  Insomma un atto dovuto del destino nei nostri confronti, un debito che genera in noi un indefinito ma “costante” anelare ( soprattutto nella nostra immaginazione incatenata alla terra)  un’oltranza  “Sine Macula”.  Tutto – in questo altrove- è perfetto: desiderio, unione, affinità e sentimenti si intrecciano in un ricamo solo in apparenza semplice e sottile, ma a ben vedere, le sue maglie – tessute ad arte da un’infinità di speranze e sogni – generano un inestricabile labirinto di perfetta uniformità. In quest’oltre c’è tutto … ed è tutto ben apparecchiato. Manca “paradossalmente” solo l’ospite tanto atteso … l’amore stesso.

La  Felicità? Certo mi è dovuta.

Insomma l’istinto primigenio all’accoppiamento non può esser fine a sé stesso;  siamo vocati a qualcosa di più alto.  Altro ci è dovuto e questo altro non è cosa da poco … vogliamo la felicità; e la felicità “ricordiamocelo” ci spetta!, non dobbiamo guadagnarcela … perché  l’esilio terreno ce lo deve.

Certo, Aristotele dissentirebbe in proposito (e non solo lui), ma chi è lo stagirita per parlare dei nostri sentimenti, per dirci che la felicità è un cammino? E poi come si permette di disquisire sui nostri cuori, visto che siamo tutti diversi?  Quello che dovrebbe insospettirci però  è che aneliamo più o meno tutti allo stesso modo all’amore? Le nostre fantasie su questo sentimento vitale sono stranamente simili, sospettosamente condivise. Ma questo  è solo un caso, non soffermiamoci sui dettagli. Il fatto che condividiamo le modalità d’ingaggio  di questo nobile desiderio non deve sviarci … possiamo star certi che è solo un accidente. Quindi nessun  filosofo ci venga a dire cosa dobbiamo o non dobbiamo provare!   Per non parlare dei poeti e dei musicisti (brutta gente)… queste delicate anime in pena sono solo gli strumenti con i quali esprimiamo all’altro i nostri sentimenti, dei delicati e sensibili mezzi – più o meno affini – al nostro “amoroso” servizio.

Il mio amore è diverso.

Il pensiero dell’amore dunque regna con paranoica maestà nella vita di tutti. Poco conta se l’amore sia il nostro o se siamo solo temporanei spettatori di quello altrui: questo principe dei pensieri è onnipresente! Infatti,  se viviamo un periodo di tregua da questa perenne  guerra con noi stessi – prima che in conflitto con un ipotetico “altro” che si incastri con pretestuosa perfezione con le nostre aspettative –  siamo così desiderosi di questa onnipresenza da andare a pasturare perniciosamente e senza remore negli affetti altrui. E sia ben chiaro, l’amore degli altri non sarà mai come il nostro. Quando siamo fermi ai box abbiamo sempre a che fare con relazioni di minor valore, delle pallide imitazioni della nostra anelata perfezione che presto o tardi arriverà.

L’antropobiochimica.

Nel tentativo di districare questo paradosso che ci danna o beatifica ci viene in aiuto una studiosa,  un’antropologa e biologa di fama mondiale, tale Helen Fisher; la quale, attraverso i suoi studi, si è premurata non solo di distinguere tre diverse tipologie d’ amore, ma ha anche individuato la loro ubicazione e il loro interagire.

Ora vediamo nel dettaglio in quali vasi canopi la Fisher ha risposto l’Amore, o meglio … gli amori. Precisiamo che la scienziata fa sua e adatta alla bisogna la teoria dei tre cervelli  del neurologo Paul MacLean tanto in auge negli anni 70’.

Attenti al rettiliano!

Il desiderio puro risiede (ed è cosa risaputa) nell’ipotalamo, esattamente dove si generano altri stimoli necessari come la fame e la sete.

L’amore romantico (per quanto il concetto di romanticismo si sia sviluppato un tantinello dopo il cervello umano) risiede nel cervello rettiliano,  ossia nel cervello primitivo, topograficamente definito dal bulbo spinale e il cervelletto. Questa parte assolve a ruoli primari, tipo gli istinti di base come quello di sopravvivenza. Questo tipo di amore è quello più forte ma anche il più pericoloso. Infatti, fin quando tutto va bene si sta da Dio; se siamo corrisposti la dopamina impazzisce, sgorga a fiotti e andiamo in piena estasi, ma Dio non voglia l’amore finisce i rubinetti della felicità si chiudono di botto e patiamo indicibili sofferenze.   Quindi la parte del cranio che ospita il rettiliano ci fa capire se il nostro amore è romantico, cioè mosso da sentimenti alti e pieni di “Wertheriane” aspettative pronte a precipitarci nell’abisso.  Non è un caso che esso predispone anche alla possessività, che in un adulto sano dovrebbe corrispondere al desiderio di un rapporto esclusivo.

L’attaccamento (parola orribile che nasconde però un bel risultato) risiede invece nello striato, ovvero il “pallido centrale”: se consultiamo il TuttoCittà del nostro cervello capiamo subito che ci troviamo una zona più moderna, centrale e chic della nostra capoccia. Tale parte è “addetta” al piacere e al gusto, ed è qui che si radicano sentimenti più duraturi, i legami affettivi più solidi, quelli che superano la semplice fase del desiderio sessuale. Insomma, se volete far arrivare il vostro amore ad un livello maturo dovete trasferirvi nel “pallido centrale”, perché è lì che tutto si consolida e diventa stabile. E’ nel pallido centrale che l’amore mette su famiglia.

(S)Cupido di Pietro Vanessi ©Pietro Vanessi

(S)Cupido Pietro Vanessi ©Pietro Vanessi

E’ tutta una questione di istinto!

Ovviamente la Fisher ci dice che tutte e tre le tipologie di amore sono importanti e che è il loro essere in armonia a generare un rapporto sano (che parolone). E’ la triangolazione degli amori a far l’amore.

Però, attraverso la sue scansioni del cervello, la scienziata si è resa conto che (ed è qui che l’antropologa fa le scarpe alla biologa) che la zona deputata all’amore romantico (il rettiliano) è molto distante da quella emotiva (l’ipotalamo), e tale distanza, che a quanto pare non permette una comunicazione diretta tra i due (evidentemente scarseggiano i mezzi pubblici), l’ha portata a concludere di sua sponte che l’amore non è un “sentimento”, bensì un semplice “istinto” che si è raffinato col tempo per permettere all’uomo di procreare.  Insomma ci danniamo l’anima solo ed esclusivamente per i frutti dei nostri lombi.

Che siamo passionali, indifferenti, sostenuti o romantici senza appello, fedeli o fedigrafi il risultato è uno solo, siamo mossi sempre dal primordiale istinto a riprodurci. Solo che dopo millenni di evoluzione e sovrastrutture socio – sentimentali lo abbiamo contornato amabilmente di poesia e aspettative che  addolciscono un po’ il tutto. Mica ci si può ingroppare per strada come animali? Eh su!

Secondo la Fisher dunque ci complichiamo la vita. Beh se così fosse a questo punto meglio seguire l’attrazione, no? Sfoghiamoci con quel miscuglio di chimica, odori e condizionamenti sociali e culturali che ci preparano nel night club malfamato del Nucleo Caudato e che mette in moto quel picco irresistibile di ingrifamento giusto per il tempo utile allo “scopo”.  Alla fine non conta il risultato? I nostri sentimenti non sono altro che istinti che esplodono grazie a un cocktail di dopamina e norepinefrina che ci rendono tossici di noi stessi? Allora perché non assecondarli? Abbiamo il pusher a portata di cervello e non ne approfittiamo? Poi se proprio uno non ci vuol pensare e preferisce star tranquillo, si arrociola un bel cannone, s’abbiocca, manda in pappa il cuore e  tutto passa per un quarto d’ora … anche l’amore.

Meglio ascoltare il Beota!

No, non ci basta. Tutto questo non può bastare. Qualcosa ci dice che non è così … non può esser così! Già il fatto che la biochimica ci lasci letteralmente un bel po’ d’amaro in bocca, accompagnato da un arido senso di insoddisfazione vuol dire che non ci accontentiamo.  Ci perdoni cara  “antropobiologa”, tutto il rispetto per i suoi studi e le sue scannerizzazioni, ma noi abbiamo sempre questo splendido conto in sospeso con l’esistenza.

La vita non ci deve niente, ma un senso più profondo alle cose non possiamo non darlo …  e se un incontro rende questa vita un posto migliore per il tempo di un solo bacio, beh cara Fischer , non c’è biochimica che tenga. L’effetto a catena esce fuori di noi e inonda la vita. Ci lasci lavorare a modo nostro. Ci lasci la dogmatica e millenaria illusione che c’è qualcosa in più in gioco. Tanto lo faremo comunque, non crede? Se anche ci venisse squadernata davanti tutta la nostra materia grigia e vedessimo scorrere tutte queste sostanze mentre vengono attivate da semplici impulsi elettrochimici continueremmo comunque a soffrire, a sognare, ad amare, a sperare e a credere che solo i disillusi si accontentano, che solo chi teme di perdere lascia il tavolo da gioco e solo chi ha paura si ferma.

A tutto questo continuerò a preferire le parole di Plutarco: “vi ho visto trascinare Eros gli uni verso i quartieri degli uomini, gli altri verso quelli delle donne. Ma tutti eravate concordi nel considerarlo un bene supremo, divino; e io mi dicevo che non c’è da stupirsi se tale passione gode di tanto potere e di così alta considerazione, quando anche le persone che avrebbero tutto l’interesse a respingerlo e frenarlo, da qualunque parte provenga, invece lo alimentano e lo esaltano dentro di sé.” (Plutarco, Sull’Amore, ed. Adelphi, pag.61)

vignetta di Pietro Vanessi ©Pietro Vanessi

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Franco Giordano

1 Commento

  1. Grandioso… Pienamente d’accordo. Nessun trattato di biochimica o pseudoantropologia potrà mai farci rinunciare alla sfida che è l’amore. Grazie, Franco, per averci regalato questa emozionante riflessione.

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