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Per la barba di Tutankhamon! Delle statue nude
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Per la barba di Tutankhamon! Delle statue nude

Per la barba di Tutankhamon! Delle statue nude di Gianpaolo D'Elia Una vecchia barzelletta, assai di moda negli anni '80 del secolo scorso all' indomani del disastroso terremoto in Irpinia, immaginava di vedere sul banco degli imputati le varie componenti dei palazzi crollati. Ognuno, ovviamente, negava qualsiasi responsabilità: i mattoni si dichiaravano impotenti di fronte alla violenza del sisma; stessa cosa per quanto riguardava l'intonaco e la sabbia. L'ultimo ad essere interrogato dagli inquirenti era il cemento armato, il quale, serafico, si limitava a rispondere: “sentite, a me non mi prendete proprio in considerazione.....manco ci stavo!” Barzelletta semplice e che…

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Per la barba di Tutankhamon! Delle statue nude

di Gianpaolo D’Elia

Una vecchia barzelletta, assai di moda negli anni ’80 del secolo scorso all’ indomani del disastroso terremoto in Irpinia, immaginava di vedere sul banco degli imputati le varie componenti dei palazzi crollati. Ognuno, ovviamente, negava qualsiasi responsabilità: i mattoni si dichiaravano impotenti di fronte alla violenza del sisma; stessa cosa per quanto riguardava l’intonaco e la sabbia. L’ultimo ad essere interrogato dagli inquirenti era il cemento armato, il quale, serafico, si limitava a rispondere: “sentite, a me non mi prendete proprio in considerazione…..manco ci stavo!” Barzelletta semplice e che faceva presa immediata sull’uditorio e che, soprattutto, sottolineava una inveterata abilità tutta italiota: lo scaricabarile! Eh sì amici miei, che grandi atleti siamo in questa disciplina … peccato non sia olimpionica. E chi ce la toglieva la medaglia d’oro!

Sono passati un po’ di giorni dalla visita del presidente iraniano, Hassan Rohani, ma la polemica per gli scatoloni “copripudenda” non accenna a diminuire. Parafrasando un antico adagio potremmo dire: “fatta la figuraccia, trovato il capro espiatorio!” E come previsto subito è partito il valzer dei “io non ne sapevo niente! Chiedete un po’ a loro, piuttosto!” E così il nostro ministro dei Beni Culturali, occhi bassi e voce imbarazzata, ha sussurrato ai microfoni di chi lo intervistava: “non era informato né il presidente del Consiglio né il sottoscritto di quella scelta”. Al fascino dello scaricabarile non rimane indifferente la Sovrintendenza Capitolina che, prevedendo l’arrivo della valanga, risponde a tono: “Sulla vicenda dovete chiedere a Palazzo Chigi. La misura non è stata decisa da noi, è stata un’organizzazione di Palazzo Chigi, non nostra”. Mancherebbe Renzi? Ma figuriamoci se il “toscan fuggiasco” si lasciava sfuggire l’occasione! Mancano suoi commenti diretti? Poco importa!

La sua posizione è subito trapelata attraverso una serie di retroscena prontamente narrati da alcune importanti testate giornalistiche: il premier non avrebbe per nulla apprezzato la premura avuta dal cerimoniale dei Musei Capitolini nei confronti del leader iraniano e la considera un “eccesso di zelo”. Come non commuoverci di fronte a tanta pronta e fiera sollecitudine? Insomma, l’onta va lavata con il sangue! Ma di chi? Se la politica non c’entra, la Sovrintendenza nicchia e punta il dito, chi paga per tutti? Ilva Sapora! Oddio, non sembra il  nome di un colpevole, semmai ricorda il nome di una marca di torroncini natalizi. “Cara hai comprato qualcosa da portare a casa dei Rossi stasera? Ma certo tesoro, ho comprato una confezione ci cioccolatini Ilva Sapora, vedrai che figurone!” Ilva, al contrario, è una simpatica e pacata signora di 64 anni, già segretaria dell’ex ministro Ortensio Zecchino e attualmente responsabile del cerimoniale di Palazzo Chigi.

Alcune voci maligne le rimproverano di aver largamente approfittato delle possibilità offerte dalla sua collaborazione con Zecchino e di aver, quindi, raggiunto la sua attuale posizione di responsabilità con eccessiva rapidità e senza dover superare le canoniche tappe (vedi concorsi et similia) che spettano invece a noi comuni mortali. Ma, fuor di questo, alla signora in questione manca decisamente le fisic du role del serial killer; ma a giudizio di chi di dovere, ha probabilmente la perfetta fisionomia del capro espiatorio! Insomma in questo ambaradan di accuse e  smentite, in cui tutti sono innocenti e uno solo è colpevole e pagherà – altrochè se pagherà! – , chi ne è uscito sostanzialmente “pulito” è proprio il presidente iraniano che, rispondendo ad una precisa domanda dei giornalisti in conferenza stampa a Roma, ha sorriso serafico e si è limitato a dire: “Posso dire solo che gli italiani sono molto ospitali, cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti, e li ringrazio per questo”. Quanta saggezza in un uomo che, a voler usare le parole di Crozza, va in giro con un’ asciugamani in testa! Tutto il resto è soltanto un “niente di nuovo sotto il cocente sole di Roma”. Le accuse dell’opposizione di eccessivo servilismo si alternano a quelle di “ evidente sottomissione ad una cultura inferiore e retrograda” (udite, udite). “Si coprano pure il capo le ministre ma ora vogliamo mettere lo hijab anche alle opere d’arte nel nome dell’integrazione?”

MarioAiraghi Rohani e le statue coperte

Mario Airaghi, Rohani e le statue coperte. Clicca per ingrandire

Insomma siamo alle solite. E già perché, a ben vedere, il problema non riguarda il rapporto tra due culture distanti e due religioni che si contrappongono; il problema, a nostro modesto parere, riguarda invece il rapporto, pessimo, che il mondo attuale ha con l’arte e con la cultura.

Dimostrazione ne è il nuovo “affaire Tutankhamon”, in cui ad essere coinvolti non sono i servizi segreti ma, più prosaicamente, i servizi di pulizia che, incautamente, avrebbero provocato il distacco della barba della maschera funeraria di Tutankhamon, in oro massiccio, custodita al museo del Cairo. Bene, quale credete sia stata la soluzione adottata per una questione così delicata? Ovviamente la miglior soluzione è riattaccarla in tutta fretta con una colla resinosa … inadatta! Risultato? Un pessimo lavoro che come risultato immediato ci ha restituito una barba “sulle ventitré”, cioè asimmetrica rispetto al mento del faraone bambino e alcuni graffi evidenti, probabilmente dovuti ad un grossolano lavoro fatto con una spatola. I colpevoli? Tutti e nessuno.

L' indecoroso e furtivo incollo della barba della maschera funeraria di Tutankhamon

L’ indecoroso e furtivo incollo della barba della maschera funeraria di Tutankhamon

La Sovrintendenza accusa i custodi che, a loro volta, dicono di aver ricevuto ordini precisi dalla Sovrintendenza. “Avrebbero dovuto portare la maschera in un laboratorio ma avevano fretta di esporla di nuovo e sono intervenuti utilizzando un materiale irreversibile e dalla rapida asciugatura”, ha spiegato uno dei dipendenti intervistati il quale ha evidenziato che adesso, tra il mento e la barba, c’è un segno giallino, purtroppo incancellabile. Mal comune mezzo gaudio? Per nulla, solo tanta rabbia e tristezza.

Archiviate risate e figuracce, resta il danno e il problema. Una cultura asservita a motivi di interesse, sia pure miliardari -come nel caso dei contratti stipulati tra l’Italia e l’Iran- è una cultura mutilata, umiliata. Sappiamo noi che valore, che significato hanno le nostre statue conservate ai musei Capitolini? Sono tutte copie romane di originali greci scomparsi, perduti per sempre! Questo significa che è l’unico mezzo che noi abbiamo per conoscere un’arte ed una cultura altrimenti morta – in questo caso davvero –  per sempre. Ma non solo: le copie romane non sono solo testimonianza dell’ammirazione per un’arte e una cultura ritenute  irraggiungibili, ma dimostrano anche che Roma di quella cultura si sentiva parte.

Ci troviamo di fronte, quindi, al primo grande esempio di assimilazione, quello del mondo classico, di cui ogni popolo, ogni etnia, si sentiva parte, ciascuno con le proprie diversità e peculiarità. All’interno di questo mondo nessuno si sentiva estraneo, ognuno lo percepiva come la propria casa. Forse, dico forse, avremmo qualcosa da imparare da quelle statue pudicamente coperte? Intanto, per non saper né leggere né scrivere, almeno speriamo che gli scatolini usati per impacchettare siano stati scatoloni Ikea. Almeno, secondo quello che è lo spirito del colosso svedese, avremmo dato dimostrazione di ingegno e utilizzato i pochi materiali a disposizione per confezionarci una bella figura di merda!

Gianpaolo D’Elia

Vignetta di Mario Airaghi

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Gianpaolo D'Elia

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