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Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d’amore e di morte
Giacomo Manzù, Amanti, 1967

Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d’amore e di morte

Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d’amore e di morte Un amore infelice o impossibile, si sa, è materia viva per la penna di qualsiasi scrittore. E per il lettore è un “invito a nozze”, paradossalmente parlando, la narrazione struggente di un sentimento che  quanto più è complicato, tanto più intriga la fantasia e l'attenzione. Canzoni e canzonette concordano tutte su questo tema imprescindibile: sono quelle che rimangono dentro e che, basta una sola nota, risvegliano ricordi e malinconie vissute da parte di chi ha provato almeno una volta sulla sua pelle quest'esperienza unica e così inspiegabilmente esaltante. Insomma,…

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Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d’amore e di morte

Un amore infelice o impossibile, si sa, è materia viva per la penna di qualsiasi scrittore. E per il lettore è un “invito a nozze”, paradossalmente parlando, la narrazione struggente di un sentimento che  quanto più è complicato, tanto più intriga la fantasia e l’attenzione. Canzoni e canzonette concordano tutte su questo tema imprescindibile: sono quelle che rimangono dentro e che, basta una sola nota, risvegliano ricordi e malinconie vissute da parte di chi ha provato almeno una volta sulla sua pelle quest’esperienza unica e così inspiegabilmente esaltante. Insomma, i cosiddetti “pali”, come diciamo con linguaggio postmoderno, fanno audience, eccome… Ma portiamo il discorso su un livello più elevato e vediamo cosa ci dice la letteratura: a ben guardare, essa è tutta intessuta di rimandi, immagini e situazioni di disperante dolore. Questi che seguono sono versi di Ludovico Ariosto, tratti da quell’Orlando furioso che tra le altre cose è anche un trattato degli effetti fatali del sentimento impossibile:

 

Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibiIe,
e l’invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fu; che ‘l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole.

 

Dunque l’amore rende ciechi e trasforma in possibile ciò che è impossibile, o il disgraziato di turno fa finta di non vedere? Bella domanda. Con tutta evidenza, però, vedere o non vedere in faccia la realtà dipende dal grado di irrazionalità del sentimento stesso: un conflitto tra ragione e desiderio che non trova vincitori né vinti almeno fin quando qualcosa o qualcuno, ossia l’Astolfo di turno (per chi non ricorda la trama del Furioso, si tratta del cavaliere amico di Orlando, che va a recuperare nientemeno che sulla luna il senno del folle paladino), non intervenga a ristabilire l’equilibrio.

Ma perché, ci chiediamo, gli ostacoli d’amore ci affascinano così tanto? In un’epoca come la nostra, dove è possibile avere tutto e subito, questo fascino sembrerebbe inspiegabile. Eppure ancora oggi si muore per amore, e soprattutto si uccide per amore.

Quando Goethe pubblicò I dolori del giovane Werther, tra l’altro con l’intento di dissuadere le giovani generazioni da certi comportamenti autodistruttivi che stavano prendendo piede tra i rampolli borghesi, sortì inspiegabilmente l’effetto contrario: i suicidi per amore si moltiplicarono e il Werther, anche senza arrivare a casi estremi, divenne il best seller che fece sognare e struggere intere generazioni; ancora oggi, leggendolo, è difficile non restare affascinati dal vivo sentire del protagonista e dalla sua tragica vicenda.

Insomma, sembra che ci si compiaccia nel soffrire: questa è la prima impressione che emerge da un excursus anche rapido sui pilastri della storia letteraria.

Ma dov’è la radice di questa pericolosa tendenza? Uno studioso contemporaneo, poco noto al vasto pubblico, Denis de Rougemont, è stato autore di un interessantissimo trattato (L’amore e l’Occidente. Eros, morte e abbandono nella letteratura occidentale) che ha proposto una tesi singolare e discussa: la radice di questa tendenza sarebbe una cultura dualista, manichea, di ascendenza ereticale (il riferimento è in particolare all’eresia catara, diffusa in particolare nella Francia meridionale tra XII e XIII secolo) che relega agli antipodi corpo e anima, carne e spirito. Sarebbe tutto lì il guaio. E in effetti, se ci riflettiamo, l’intuizione è giusta: la sofferenza generata da un amore impossibile è un attentato alla salute fisica e psichica del malcapitato, chi può negarlo? Quindi esaltare in esperienze sublimanti e spiritualizzate l’immagine dell’amore significa santificare lo spirito e mortificare la carne (che è quello che hanno fatto non solo i catari, almeno a parole, ma anche buona parte dei cristiani fino a non molto tempo fa; e ancora continuano a fare molti, ancora oggi, anche non credenti, in modo più o meno consapevole…).

Nel Tristano di Bédier leggiamo: ” Messeri, vi garba ascoltare una bella storia d’amore e di morte ?”

E ancora così recitano i versi di un trovatore provenzale: «Amore segreto e celato, casto e ardente/ tormento delizioso e male/ da cui nessuno vuole essere guarito./ Passione salvifica che sboccia nella morte/ perché chi non muore del suo amore non può vivere».

E Jaufré Rudel, uno dei poeti provenzali tanto apprezzati anche da Dante, così afferma riguardo al suo amore “da lontano” verso una lei che non c’è e che non potrà esserci: “Non avrò mai gioia d’amore se non prendo gioia di/ quest’amore lontano, perché non ne conosco uno più nobile/ e bello in nessun luogo”.  E ancora: “Dice il vero chi mi chiama ghiotto e bramoso/ d’amore lontano, perché nessun’altra gioia/ mi piace tanto quanto il godimento dell’amore lontano”. Insomma, come si diceva, autocompiacimento nella sofferenza. Ma cosa amano questi uomini? La domanda sorge spontanea. Dov’è la donna? Dov’è “l’altro”? Se leggiamo bene, oggetto di questo amore è l’amore stesso: “Hanno bisogno l’uno dell’altro per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà”: così conclude De Rougemont, facendoci osservare come la morte sia il necessario coronamento di questo sentimento, la sua trasfigurazione, la sua assolutizzazione.

Quando Werther decide di togliersi la vita, si fa consegnare le pistole dalle mani di Charlotte, la donna che non potrà mai essere sua in questa vita: questo gesto consacra la sua scelta come un pegno d’amore eterno che supera qualsiasi vincolo terreno e materiale, anzi, lo annulla e lo svalorizza; in questo modo lui e Charlotte saranno uniti per sempre attraverso un meccanismo di sacrificio/colpa i cui effetti…sarebbero l’inevitabile oggetto di un percorso psicoterapeutico! E se ci riflettiamo, il gesto estremo di Werther cela, più che vero amore verso la donna, una forma subdola di egoismo e possesso: un sistema assoluto per legare l’altro a sé. Appunto, come si diceva, amore per l’amore, non per l’altro da sé. Un meccanismo perverso riscontrabile anche nelle brutte storie di cronaca costellanti la nostra attualità: cos’è mai il femminicidio se non un tentativo estremo di legare a sé l’altro in modo definitivo, fatale? Quanto male, dunque, ha fatto e continua a fare questa cultura dualista di cui siamo ormai, anche inconsapevolmente, imbevuti? Il discorso si fa complesso e sarebbe opportuno leggere integralmente il libro di de Rougemont (a cui rimando vivamente) per capire la portata universale di questa terribile condizione. Da cui si potrebbe tentare di uscire se cominciassimo a limitare i danni di “Eros” con “Agape”: “Eros salvato da Agape” è il titolo di uno dei capitoli di questo affascinante testo, dove l’autore ci svela la portata rivoluzionaria di questo concetto. Cosa si intende con “Agape”? Se Eros è la passione, il desiderio di possesso senza limiti e norme, il bisogno di assoluto che alberga, e giustamente, in ognuno di noi, Agape è l’amore per l’altro in quanto altro, ed ha al suo servizio parole come “libertà”, “altruismo”, “dono gratuito”…insomma, è l’esatto opposto di Eros. L’ideale, dunque, sarebbe farli convivere in armonia, o per lo meno provarci: una bella lotta! Davvero un bell’impegno per la coppia, altro che noia….

Rosa Fontana

fonte foto: Amanti, Giacomo Manzù, 1967

 

 

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Rosa Fontana

Rosa Fontana, prof di italiano e latino al Liceo “Caccioppoli” di Scafati, più per vocazione che per professione, è nata in un paesino ai piedi del Vesuvio, poi emigrata più volte con la sua famiglia, come molti della sua generazione, per approdare infine in territorio scafatese, terra di confine tra le province di Napoli e Salerno, entrambe nel cuore e nel sangue. Dopo il diploma di maturità scientifica, si è laureata prima in lettere moderne alla Federico II di Napoli, poi in teologia alla Facoltà teologica dell'Italia meridionale (sez. San Tommaso), perfezionandosi anche in “gender studies” presso l'Università Orientale di Napoli. Fervida assertrice dell'unità e della consonanza delle cosiddette “due culture”, contro la miope settorializzazione tra materie umanistiche e scientifiche, si dedica a tempo pieno, dal 2001, al suo lavoro di docente, cosciente del delicato e impegnativo compito di chi condivide ore, esperienze, libri, conoscenze, gioie, dolori...con le giovani generazioni, convinta che la letteratura sia una miniera di ricchezze, mai del tutto esplorate, per la costruzione della propria identità e di un mondo migliore. Nel tempo libero ama leggere, soprattutto saggi e narrativa, ascoltare musica, stare con la sua famiglia (adora i nipoti, che ha cresciuto come una “zia” un po' “folle” ma sempre disponibile), mangiare una pizza e confrontarsi con gli amici, partecipare ad eventi culturali, andare al cinema, visitare luoghi d'arte, esercitare il fisico e la mente (in casa con ellittica, pesi ed attrezzi fai da te, fuori con lezioni di tango argentino); oppure osservare semplicemente luoghi e persone, per capire se stessa e gli altri o, laddove necessario, aiutarli umilmente in quelle situazioni che la toccano dentro. Nella consapevolezza che non si finisce mai di imparare...

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