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Il Gesto del Padre
Ettore e Andromaca, Jospeh Marcellin Combette, 1810

Il Gesto del Padre

Il Gesto del Padre  […] diranno: "non ti agitare, che non serve a niente", e invece tu grida forte, la vita contro la morte[...] (R. Vecchioni “Figlia”) Sono vari giorni che le parole di questa vecchia canzone, scoperte da poco e più volte ascoltate, mi ronzano nella mente con la loro singolare e scarna bellezza. Lettera di un padre, quasi un testamento spirituale di un uomo provato dalla vita, lontano ma non distante da sua figlia, a cui rivela la forza dei suoi ideali e del suo amore, pur nella fragilità della sua condizione di uomo. Era il “lontano” 1976 quando Vecchioni pubblicava questo…

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Il Gesto del Padre

 […] diranno: “non ti agitare, che non serve a niente”, e invece tu grida forte, la vita contro la morte[…] (R. Vecchioni “Figlia”)

Sono vari giorni che le parole di questa vecchia canzone, scoperte da poco e più volte ascoltate, mi ronzano nella mente con la loro singolare e scarna bellezza. Lettera di un padre, quasi un testamento spirituale di un uomo provato dalla vita, lontano ma non distante da sua figlia, a cui rivela la forza dei suoi ideali e del suo amore, pur nella fragilità della sua condizione di uomo. Era il “lontano” 1976 quando Vecchioni pubblicava questo brano, ed eravamo ancora in quella che Recalcati  ha definito “l’epoca del figlio Edipo”, cioè quel periodo che va dalla metà degli anni Sessanta  (inizio delle contestazioni giovanili contro qualsiasi forma di autorità, inclusa quella paterna) fino al fatidico 1977 che segna insieme il fallimento di quegli ideali e l’inizio di una deriva storica e culturale in cui ancora oggi siamo sostanzialmente immersi. E così, se il sessantottino Edipo lottava contro il padre, simbolo vivente della legge, negli anni Ottanta  e Novanta dominava (e continua purtroppo a dominare) “il figlio Narciso”, coccolato e adorato come un dio da un padre che, reduce da due rivoluzioni inattese e sconosciute (quella dei giovani e quella parallela delle donne) e facendo fatica a costruirsi un’identità nuova per far fronte alle nuove esigenze relazionali, si adeguava supinamente ai capricci di un figlio viziato e senza regole; il genitore-amico, che scimmiotta anche in modo ridicolo le intemperanze adolescenziali del figlio, è per l’appunto la figura di padre prodotta da questa passiva assuefazione.

Eppure, da più parti ormai, si comincia ad averne piene le tasche di questi padri-non-padri, allo stesso tempo causa ed effetto della crisi di valori e del vuoto culturale negli anni del benessere (illusorio). Non che si auspica, sia chiaro, un ritorno al padre-padrone e all’autoritarismo punitivo (come purtroppo sembrano desiderare certe frange estremiste: e del resto cos’è il terrorismo, cos’è l’integralismo se non un ritorno pericolosamente nostalgico alla rassicurante violenza dell’autorità?). Ma si avverte il desiderio del ritorno del padre, e con lui di un principio che orienti nel mare magnum del caos postmoderno.

Ulisse potrebbe essere l’incarnazione mitica di questo padre: dopo numerose peregrinazioni, difficoltà e prove, l’eroe greco, grazie alla sua capacità di dominare, quando occorre, l’istinto con l’intelligenza, ritorna a Itaca, dove ad attenderlo da anni non c’è solo la fedele Penelope ma il figlio Telemaco, che più di tutti non si era rassegnato alla perdita del padre. Ma il mito ci parla anche di un’altra figura di padre, che potrebbe offrirci spunti nella difficile e complessa costruzione della nuova identità paterna: il troiano Ettore, a cui qualche anno fa è stato dedicato il titolo di un interessantissimo saggio (L. ZOJA, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2000) . Stavolta siamo nel campo avversario dei Greci, quello destinato fatalmente alla sconfitta; e forse proprio questo destino di morte che incombe su Ettore e sui suoi rende ancor più significativi i suoi gesti e le sue parole, come un testamento che si dispiega nel tempo e per tutti. Ettore si appresta allo scontro finale con Achille con la consapevolezza di andare incontro a una morte quasi certa; e a nulla valgono le parole dei suoi, neppure quelle della moglie Andromaca, per tenerlo al sicuro, nelle mura della città. Perché Ettore sa che è suo dovere andare ed affrontare a viso aperto il nemico. È un dovere verso la sua dignità di uomo, innanzitutto, ma anche e soprattutto nei confronti della sua famiglia e della sua città: la guerra va affrontata fuori dalle mura, per garantire la serenità e la sicurezza a quelli di dentro. Un padre sa queste cose, sa di dover incarnare il necessario limite, la regola che salva dal caos, o  almeno prova a farlo: ne va della crescita del figlio; restare “tra le mura”, invece, equivarrebbe a cedere alle lusinghe rassicuranti di un eterno e illusorio presente.

Eppure Ettore non vive tutto questo con freddezza: come non avvertire la sommessa commozione dietro l’umile gesto dell’elmo tolto o nella preghiera agli dei per il figlio Astianatte? Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo mio figlio, così com’io sono, distinto fra i Teucri, così gagliardo di forze, e regni su Ilio sovrano; e un giorno dirà qualcuno: È molto più forte del padre!”. E mentre pronuncia queste parole, solleva in alto, verso il cielo, il piccolo. Un padre singolare, diremmo, quello che arriva ad augurarsi che il figlio sia un giorno più forte di lui: la verità è che siamo troppo abituati a padri gelosi o invidiosi dei figli, in perenne competizione con loro, ecco perché questa preghiera ci stupisce. Ma quel gesto, quel sollevare il figlio verso il cielo, cosa vorrà mai dire? Non è un gioco, è qualcosa di più: è spinta verso il futuro anche se incerto; è fiducia nella vita nonostante incomba la morte; è fuga dalla sterile rassegnazione che incatena al suolo e non fa volare. In questo slancio si compie in pochi istanti il dialogo silenzioso ma sommamente esplicito tra un  padre e un figlio.

“e figlia, figlia, […]

lontano mi porta il sogno:

ho un fiore qui dentro il pugno”.

fonte immagine: mariapace2010.weebly.com

 

Il Gesto del Padre

Rosa Fontana

Rosa Fontana, prof di italiano e latino al Liceo “Caccioppoli” di Scafati, più per vocazione che per professione, è nata in un paesino ai piedi del Vesuvio, poi emigrata più volte con la sua famiglia, come molti della sua generazione, per approdare infine in territorio scafatese, terra di confine tra le province di Napoli e Salerno, entrambe nel cuore e nel sangue. Dopo il diploma di maturità scientifica, si è laureata prima in lettere moderne alla Federico II di Napoli, poi in teologia alla Facoltà teologica dell'Italia meridionale (sez. San Tommaso), perfezionandosi anche in “gender studies” presso l'Università Orientale di Napoli. Fervida assertrice dell'unità e della consonanza delle cosiddette “due culture”, contro la miope settorializzazione tra materie umanistiche e scientifiche, si dedica a tempo pieno, dal 2001, al suo lavoro di docente, cosciente del delicato e impegnativo compito di chi condivide ore, esperienze, libri, conoscenze, gioie, dolori...con le giovani generazioni, convinta che la letteratura sia una miniera di ricchezze, mai del tutto esplorate, per la costruzione della propria identità e di un mondo migliore. Nel tempo libero ama leggere, soprattutto saggi e narrativa, ascoltare musica, stare con la sua famiglia (adora i nipoti, che ha cresciuto come una “zia” un po' “folle” ma sempre disponibile), mangiare una pizza e confrontarsi con gli amici, partecipare ad eventi culturali, andare al cinema, visitare luoghi d'arte, esercitare il fisico e la mente (in casa con ellittica, pesi ed attrezzi fai da te, fuori con lezioni di tango argentino); oppure osservare semplicemente luoghi e persone, per capire se stessa e gli altri o, laddove necessario, aiutarli umilmente in quelle situazioni che la toccano dentro. Nella consapevolezza che non si finisce mai di imparare...

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