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Febbraio 2016: COP 21 – Conference Of the Parties, Parigi 2015 – Parte 3

Febbraio 2016: COP 21 - Conference Of the Parties, Parigi 2015 - Parte 3 E' ufficiale: l'anno 2015 è stato il più caldo mai registrato! La temperatura media globale nel 2015 è stata 0.16 °C più alta di quella del 2014. Essa è aumentata di 0.1-0.2 °C per decade dal 1970 ed ha raggiunto un livello di 1 °C più alto di quello in epoca pre-industriale. L'accordo di Parigi, recentemente stipulato alla conferenza COP21, si pone l'obiettivo molto ambizioso di limitare la temperatura media globale a 2 °C sopra quella pre-industriale. Perché è stato scelto? Come si può fare a…

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Febbraio 2016: COP 21 – Conference Of the Parties, Parigi 2015 – Parte 3

E’ ufficiale: l’anno 2015 è stato il più caldo mai registrato!

La temperatura media globale nel 2015 è stata 0.16 °C più alta di quella del 2014. Essa è aumentata di 0.1-0.2 °C per decade dal 1970 ed ha raggiunto un livello di 1 °C più alto di quello in epoca pre-industriale. L’accordo di Parigi, recentemente stipulato alla conferenza COP21, si pone l’obiettivo molto ambizioso di limitare la temperatura media globale a 2 °C sopra quella pre-industriale. Perché è stato scelto? Come si può fare a raggiungerlo?

Il livello di 2 °C sopra la temperatura pre-industriale è stato proposto per la prima volta alla conferenza di Copenhagen del 2009 (COP 15).

L’obiettivo è scaturito da una decisione politica, basata su considerazioni scientifiche.

Tuttavia, nessuna valutazione scientifica ha mai spiegato perché questo obiettivo dovrebbe prevenire “un’interferenza pericolosa delle attività antropiche con il sistema climatico”.

Si potrebbero utilizzare altre grandezze misurabili come obiettivi per ridurre il rischio di alterazione del sistema climatico (per esempio, la concentrazione dei gas ad effetto serra nell’atmosfera, la quantità di calore assorbita, l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani o persino quantità di natura economica come il costo degli impatti). Ma, più è locale e specifica la formulazione dell’obiettivo, maggiori sono le incertezze associate alle previsioni future.

La temperatura media globale sembra essere l’indicatore ambientale che meglio riassume i requisiti richiesti di accuratezza della misura e previsione dell’andamento futuro, comprensione dei meccanismi attraverso i quali le attività antropiche influiscono su esso e facilità divulgativa.

L’obiettivo di 2 °C, più che un limite fisico planetario, rappresenta un compromesso tra ciò che è ritenuto possibile e ciò che è ritenuto desiderabile (cioé l’assenza totale di impatto).

cambiamenti climatici

Cop 21 Chinson Vignetta di Mario Airaghi, Clicca per ingrandire

 

La scelta si è raggiunta valutando costi, benefici e rischi, considerando le difficoltà intrinseche di un cambiamento verso un’economia “decarbonizzata”, cioé senza emissioni di carbonio sottoforma di CO2, in cui l’evidenza scientifica è combinata ad argomentazioni di carattere etico (un po’ come la scelta del limite di velocità).
Ci sono una serie di modi possibili per raggiungere tale obiettivo. In altri termini, le emissioni annuali di gas ad effetto serra assegnate a ciascuna nazione possono variare all’interno di una gamma di possibili opzioni.

Proporzionalmente alle differenze di contributo che le varie nazioni hanno dato all’aumento della temperatura globale, i paesi sono chiamati a fornire quelli che in inglese sono chiamati “Intended Nationally Determined Contributions” (INDC, cioé contributo all’abbattimento delle emissioni determinato a livello nazionale). Onde evitare l’imposizione di uno schema astratto, al quale i paesi avrebbero potuto non aderire, la comunità internazionale ha richiesto alle nazioni di spiegare i motivi per i quali ritengono il loro contributo commisurato all’obiettivo globale.

Questo approccio crea il rischio di non riuscire ad ottenere dai paesi un contributo tale da permettere il raggiungimento dell’obiettivo. Un recento studio, usando un approccio basato sul principio di “emissioni cumulative uguali pro-capite”, ha evidenziato come l’opzione più realistica per raggiungere l’obiettivo dei 2 °C sia che l’Unione Europea abbassi le proprie emissioni del 67 % rispetto a quelle del 1990 entro il 2030, gli Stati Uniti del 54 % rispetto al 2005 entro il 2025, e la Cina del 32 % rispetto al 2010 entro il 2030. Purtroppo, gli INDC sono lontani da queste stime.

Al momento, quindi, sembra che i paesi non siano in grado di raggiungere gli obiettivi che essi stessi si sono dati con l’accordo di Parigi. Parallelamente alla riduzione delle emissioni, però, le nazioni sperano nella possibilità di sviluppare tecnologie atte alla rimozione di CO2 dall’atmosfera. Le probabilità di successo dell’accordo di Parigi nell’ottenere una mitigazione effettiva dei cambiamenti climatici risiedono nella capacità di sviluppare tali tecnologie su scala globale. Infatti, gli scenari futuri in grado di limitare l’aumento di temperatura a 2 °C entro il 2100 contano sula rimozione di CO2 a larga scala. In particolare, sono due le tecniche più probabili:

1) l’utilizzo di colture fatte crescere appositamente per creare energia dalla loro combustione e la successiva cattura e rimozione della CO2 emessa (l’acronimo inglese di questa tecnica è BECCS);

2) l’afforestazione, ovvero l’impianto di un bosco su un terreno nudo di vegetazione legnosa.

Ci sono grossi dubbi sull’efficacia di queste tecniche. Non è ancora chiaro se esse sono attuabili a scala globale, e quali sono le conseguenze ecologiche della loro implementazione.

Concludendo, il protocollo di Parigi ha mostrato la direzione verso la quale la comunità internazionale vuole andare, ma non ha ancora spiegato le modalità di raggiungimento dell’obiettivo preposto.

Dati gli attuali scontri tra i paesi sulla scena internazionale e persino all’interno della comunità europea, la strada da percorrere è molto ardua.

di Mauro Rubino.

Fonte immagine Mario Airaghi SatiraNeuroDeficiente

Mauro Rubino

Mi chiamo Mauro Rubino e sono laureato in Scienze Ambientali. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in "Sviluppo e applicazioni di metodologie isotopiche nella ricerca in campo ambientale" presso la Seconda Università di Napoli, ho continuato a fare ricerca all'estero per 6 anni (2007-2013). Ho lavorato in Germania, Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Danimarca ed Australia. Una grande carriera culminata nell'incertezza tipica del quarantenne che non ha alcuna stabilità lavorativa! I progetti di ricerca ai quali ho lavorato avevano diversi obiettivi, ma un sfondo comune: lo studio del ciclo del carbonio per la comprensione dei cambiamenti climatici.

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