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Dario Fo , Rosa Fresca Aulentissima

Dario Fo , Rosa Fresca Aulentissima Pochi giorni prima della sua scomparsa, avevo dedicato alcune ore delle mie lezioni in terza liceo scientifico ad un'esilarante e geniale interpretazione di Dario Fo, quella del famoso contrasto “Rosa fresca aulentissima”, autore il poeta (forse giullare) Cielo (“Ciullo”) d'Alcamo. Ovviamente per la grande gioia degli alunni, spiriti goliardici che, si sa, amano le giullarate... Ebbene chi non ha mai sentito almeno una volta i versi iniziali di questa lirica, pur senza conoscerne il contenuto? E “Rosa fresca...” sembrerebbe l'incipit di una delle tante poesie d'amore che esaltano la donna, sulla scia di quella…

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Dario Fo , Rosa Fresca Aulentissima

Pochi giorni prima della sua scomparsa, avevo dedicato alcune ore delle mie lezioni in terza liceo scientifico ad un’esilarante e geniale interpretazione di Dario Fo, quella del famoso contrasto “Rosa fresca aulentissima”, autore il poeta (forse giullare) Cielo (“Ciullo”) d’Alcamo.

Ovviamente per la grande gioia degli alunni, spiriti goliardici che, si sa, amano le giullarate... Ebbene chi non ha mai sentito almeno una volta i versi iniziali di questa lirica, pur senza conoscerne il contenuto? E “Rosa fresca…” sembrerebbe l’incipit di una delle tante poesie d’amore che esaltano la donna, sulla scia di quella lunga tradizione dell’amore cortese di medievale memoria,  che tanto ha influito e continua ad influire sulla cultura occidentale (e non). Ultimamente anche un regista del calibro di Woody Allen (seppur non più in forma come ai vecchi tempi) ne ha riproposto un altro cliché (un po’ banalizzato, bisogna ammetterlo): il cosiddetto “amor de lhon” (“amore di lontano”, parafrasabile in poche parole con l’adagio “In amor vince chi fugge”) nel suo ultimo film “Café society”…

Ma cosa si cela dietro questa apparente patina di idillio, dietro l’estasi di un sentimento tanto più elevato quanto più impossibile? Per spiegarlo basta leggere quanto ha scritto Denis de Rougemont, che nel suo saggio L’amore e l’Occidente, un testo poco apprezzato dai critici e quasi sconosciuto ai lettori, con argute e fondate riflessioni ne ha tracciato un ritratto complesso ma credibile.

Dario Fo di Mario Airaghi

Dario Fo di Mario Airaghi

Messa sugli altari dai poeti, sotto-messa dagli uomini, la donna ha pagato (e spesso continua a pagare…) il prezzo di quel fatale dualismo (corpo/anima, materiale/spirituale, puttana/madonna…) che più di ogni altra cosa la snatura e la svilisce: se ci riflettiamo bene, è tutto lì il male che rende asimmetrico il rapporto uomo/donna.

Violenza, abuso, stupro (e Fo conosceva bene queste parole per averne vissuto il dramma accanto a Franca, la sua donna, barbaramente oltraggiata dal branco…): la radice del male è lì, in quella condanna più o meno scoperta di ciò che è corpo, perché il disprezzo della carne ne autorizza l’abuso e lo svilimento, soprattutto quando una donna incarna, con le sue idee e le sue scelte, il tentativo di spezzare quel muro impenetrabile costruito nel nostro essere da una cultura più che millenaria.

Ma senza disperderci nei meandri di una riflessione che richiederebbe molto più spazio, ritorniamo a Fo e alla sua singolare interpretazione.

 

“Rosa fresca aulentissima, ch’apari in ver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate”

 

(Rosa fresca profumatissima, che sbocci sul finir dell’estate [?],

le donne, sia vergini che sposate, ti desiderano)

 

Cosa voleva dire veramente il poeta-giullare, di nome “Ciullo” (volgarmente “ca**o”, per essere espliciti)?

Si sa che compito di un giullare è divertire la corte (e quella di Federico II di Svevia doveva essere molto godereccia). Così che non si sbaglierebbe neanche volendolo considerare, come asseriscono i più, un poeta colto che alterna momenti di poesia seria al relax gaudente con gli amici della corte, anche loro poeti per svago: il significato della lirica non cambia, anzi…

Ma dove risiede la giullarata? Il contrasto è un dialogo serrato e fortemente allusivo tra un uomo e una donna, in maniera evidente non aristocratici, dove lui “ci prova” in modo alquanto esplicito con lei, minacciandole anche violenza in caso di rifiuto, e inizialmente senza risultato (ma poi anche lei ci sta…). E fin qui… Ma stando ai primi versi, la “rosa” di cui si parla, cioè la donna (secondo i più), sarebbe oggetto di desiderio…delle donne (“pulzelle e maritate”, giovani e sposate)! E l’acutissimo Fo si chiede come sia possibile trovare un’esaltazione di amore lesbico nei versi di un poeta che sarà stato pure un giullare ma in un’epoca in cui con l’omosessualità non si scherzava affatto… E allora? Cosa sarà mai quella “rosa”?

Fo ci spiega con grande accuratezza la sua analisi: “Rosa fresca aulentissima ch’apari in ver la state”: ma la rosa non sboccia sul finire dell’estate! E poi, in realtà, la “state” in dialetto siciliano (quello in cui è stato scritto originariamente il contrasto) è il nome del gonnellino che indossavano i gabellieri, cioè gli esattori delle tasse (al quale era applicata una borsa per intascare il denaro riscosso). Questa “rosa”, che appare quindi tra…le pieghe del gonnellino del focoso gabelliere di fronte alla fanciulla, forse una modesta lavandaia, cosa sarà mai? Beh, a questo punto, avrete capito tutti quale allusione si celi dietro la parola “rosa”, con buona pace dei benpensanti nostalgici, inguaribili romantici. Il poeta-giullare, quindi, si sta autoesaltando, o meglio, sta esaltando le sue doti “fisiche”, per farsi bello agli occhi di lei.

Non c’è che dire: una genialata carnevalesca quella di rovesciare il significato tradizionale della “rosa” (la donna bella e pura) in quello osceno del membro maschile.

Si dirà che solo a Fo poteva venire questa idea balzana e stramba. Ma forse non aveva tutti i torti, per aver colto dietro l’apparente (e tra l’altro solo iniziale) spiritualizzazione e smaterializzazione del corpo le vere intenzioni del poeta-amante, ossia l’avallo di quel rapporto asimmetrico tra uomo e donna, specchio più ampio dei rapporti di potere che, ancora oggi, regolano la società.  Suo è il merito di averci insegnato, con i suoi esilaranti ma profondi monologhi, a guardare in faccia la verità, per quanto cruda e poco “poetica”, e conoscere questa verità è già inizio di riscatto:

« Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi » (dalla motivazione dell’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Dario Fo nel 1997).

Rosa Fontana

Ritratto di Dario Fo di Mario Airaghi SatiraNeurodeficiente

 

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Rosa Fontana

Rosa Fontana, prof di italiano e latino al Liceo “Caccioppoli” di Scafati, più per vocazione che per professione, è nata in un paesino ai piedi del Vesuvio, poi emigrata più volte con la sua famiglia, come molti della sua generazione, per approdare infine in territorio scafatese, terra di confine tra le province di Napoli e Salerno, entrambe nel cuore e nel sangue. Dopo il diploma di maturità scientifica, si è laureata prima in lettere moderne alla Federico II di Napoli, poi in teologia alla Facoltà teologica dell'Italia meridionale (sez. San Tommaso), perfezionandosi anche in “gender studies” presso l'Università Orientale di Napoli. Fervida assertrice dell'unità e della consonanza delle cosiddette “due culture”, contro la miope settorializzazione tra materie umanistiche e scientifiche, si dedica a tempo pieno, dal 2001, al suo lavoro di docente, cosciente del delicato e impegnativo compito di chi condivide ore, esperienze, libri, conoscenze, gioie, dolori...con le giovani generazioni, convinta che la letteratura sia una miniera di ricchezze, mai del tutto esplorate, per la costruzione della propria identità e di un mondo migliore. Nel tempo libero ama leggere, soprattutto saggi e narrativa, ascoltare musica, stare con la sua famiglia (adora i nipoti, che ha cresciuto come una “zia” un po' “folle” ma sempre disponibile), mangiare una pizza e confrontarsi con gli amici, partecipare ad eventi culturali, andare al cinema, visitare luoghi d'arte, esercitare il fisico e la mente (in casa con ellittica, pesi ed attrezzi fai da te, fuori con lezioni di tango argentino); oppure osservare semplicemente luoghi e persone, per capire se stessa e gli altri o, laddove necessario, aiutarli umilmente in quelle situazioni che la toccano dentro. Nella consapevolezza che non si finisce mai di imparare...

2 commenti

  1. Bel pezzo….complimenti.

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